Non il potere, ma la paura.

Aung San Suu Kyi è un simbolo.
Nel suo Paese, la Birmania, fonda la Lega Nazionale per la Democrazia, partito di protesta non violenta contro il regime militare al potere.
Nel 1988, però, la arrestano, perché non è che fossero molto contenti che qualcuno gli si opponesse senza impugnare armi. Con quegli ideali, poi, che magari potevano tarlare la popolazione con malsane idee di libertà.

Così la mettono agli arresti domiciliari.
Prima, però, le danno una possibilità: le dicono se vuoi puoi: vattene da questo paese, vattene altrove e là fai e lotti e speri e dici tutto quello che ti passa per la testa.
Lei rifiuta. Loro la nascondono al mondo chiudendola – di fatto in isolamento – in casa sua.

Nel 1990 il regime militare indice anche le elezioni. Libere, dicono.
Però le vince la Lega Nazionale per la Democrazia, proprio il partito di San Suu Kyi.
I militari allora annullano il voto, prendono il potere a forza e lei, che sarebbe dovuto diventare Primo Ministro, non diventa niente di più di quel che era: una donna minuta e fragile agli arresti domiciliari.

Da allora, ha vinto un nobel per la pace e perso un marito per un tumore.
Senza poterlo nemmeno vedere, né l’uno, né l’altro.
Lei non poteva muoversi di casa e ai suoi familiari non fu mai permesso di andare a trovarla.
Hanno provato anche ad ucciderla ma, chissà come, è riuscita a salvarsi.

Oggi, quella donna gigante in un corpo minuto e fragile, sarà liberata. E quando cade un muro, c’è da essere felici.

Ciao San Suu Kyi, bentornata.