Radio The Sign 10.

Ho visto un uomo che moriva per amore.
Lo giuro, l’ho visto.
L’ho visto alzare il telefono, dire ciao, ascoltare qualcosa. E poi l’ho visto spegnersi. Non il telefono, lui.
E non lentamente, che almeno hai tempo per masticarlo, questo boccone che non sarà meno amaro, ma almeno pronto alla digestione.
Proprio così: di botto.
Crollato. Stecchito. Boom.
Non ce la faceva a fare altro. Solo telefonate a lei, appostamenti sotto casa di lei, messaggi a lei.
Però non parlava di lei. Ogni volta che lo faceva accumulava strati di lacrime e moccio sul labbro superiore, e allora evitavamo di chiederglielo.

Nella nuova veste di caro estinto si è messo a sfogliare album di fotografie che risalivano ad almeno cinque anni prima. Il resto dei ricordi reali stava su supporti virtuali, e non è che sfogliare una cartella sul desktop ti dia lo stesso sapore.
Allora, con un altro paio di amici, gli abbiamo cercato il Reset, quel tasto meraviglioso che riporta alle condizioni di fabbrica.
Prima addosso. Poi in giro per locali. Infine in un weekend in un luogo indicibile dimenticato da Dio. Per fortuna, perché sennò l’avrebbe incenerito.
Niente, doveva essere un modello difettoso, perché non c’era da nessuna parte.

Poi abbiamo saputo che gli è montata una specie di rabbia, forse più per il tempo perso da defunto che per lei. Comunque è risorto.
E ha fatto anche tesoro di quell’esperienza.
Adesso scatta solo su pellicola.

Da Radio The Sign a tutti i lasciati, i lascianti e i lascivi, che sono sempre i preferiti.
Incazzatevi. È un buon modo per tenersi vivi.