Radio The Sign 6.

Questo pezzo parla di schiavi, e di redenzione.
Soprattutto di redenzione.
Lui – Robert Nesta, ma gli amici lo chiamano Bob – è un giamaicano e la lotta per la libertà ce l’ha un po’ nel sangue, visto che quello che gli scorre nelle vene per parte materna appartiene agli schiavi africani portati lì dagli inglesi.
Il ragazzo è magrolino, fuma molto e fa grandi canzoni, che scatenano grandi cose.
Un giorno però, giocando a pallone – scalzo, perché è così che si rispetta la terra sotto i piedi – si ferisce l’alluce. Poca roba, ma presto quella ferita si gonfia, si infetta, si annerisce e diventa un melanoma. Proprio lì, sulla punta del pollicione.
Pericoloso, però la cura è semplice: va amputato. Lui rifiuta, non perché sia un incosciente, ma perché la sua religione, il Rastafarianesimo, dice che il corpo deve rimanere integro.
Da quell’estremità tumefatta ma integra, il tumore arriva alla materia grigia all’altro apice, poi ai polmoni, al fegato e allo stomaco. Alla fine, l’11 maggio 1981, se lo porta via.
“Money can’t buy life”, dice a suo figlio Ziggy. E se ne va.

Ora me lo immagino in quell’isola segreta dove da un annetto è arrivato anche un nero magrolino dalla pelle bianca che fugge il sole e ha il vizio di camminare all’indietro.
Michael, che sono questi urletti, smettila – gli dirà Bob.
Poi fanno il bagno, sfottono Elvis perché, cazzo, in costume è davvero inguardabile.
Capita anche che ogni tanto fanno i falò, e allora Jimi spolvera la sua vecchia Fender che si è fatto arrivare chissà come e, mentre i rametti scricchiolano nel fuoco, cantano. “Won’t you help to sing these songs of freedom?”.

Da non crederci, per un graffietto sull’alluce. Che è assurdo, però bellissimo.
Perché a morire, muoiono tutti.
Lui lo ha fatto per quello in cui credeva.

Qui è radio The Sign, e lui è Bob Marley. Live a new york nel 1980, appena otto mesi prima di morire. Si vede che è malato, ma si vede anche quella forza.
Questo è il suo canto di libertà: