19 luglio 1992.


Il 19 luglio 1992 avevo 12 anni.
Ero in un centro di vacanze sportive per ragazzi. San Valentino, provincia di Trento.
Otto estati ci ho passato e quella era la terza, o la quarta. Esiste ancora, ma forse è diverso. Che non vuol dire migliore, o peggiore. Solo diverso.

Ero lì, seduto sulla sedia di una piccola sala dell’albergo che ci ospitava, quando entrò il capo, titolare, proprietario o non saprei come definirlo. Allora – come oggi – lo chiamavo solo Marcello, e bastava a dire quello e molto di più.

Di solito esordiva con qualche ramanzina, o qualche battuta, o qualche ramanzina trasformata in battuta. Quella volta no. Quella volta entrò e, davanti ad una cinquantina di ragazzini della mia età, ci disse che era morto Paolo Borsellino.
Capirai, a 12 anni non è che si poteva afferrare la gravità della cosa.
Però la intuimmo.
Non furono tanto le parole, quanto il tono. Quel graffio che le incrinava mentre venivano fuori.

Non ci disse che combatteva la mafia e che era stato fatto saltare in aria perché cercava di cambiare qualcosa. Disse solo che non c’era più, rendendogli omaggio davanti ad un pubblico di ragazzini nemmeno adolescenti.

Non disse nemmeno che a distanza di pochi anni, la consapevolezza, unita a quel seme piantato quel giorno, avrebbe trasformando quell’uomo in uno dei pochi di cui andare orgoglioso, e il sistema che l’aveva ucciso in un rigurgito abominevole. Che poi era Stato, nemmeno anti-stato.
Come oggi.

Uno da imitare, ad averci le palle per farlo.
Ma certe cose le capisci col tempo.
Mentre tutto va silenziosamente avanti.