Del giovane venditore di Tamale e di come sua madre lo rese idiota in vita e genio in morte.


John Kennedy Toole è un bambino pacioccoso, curioso del mondo e oppresso dalla madre. Lui è il suo piccolo anche se ha 30 anni, e questo gli crea qualche scompenso. Con le donne, per esempio.
Però c’è del genio in lui, un modo diverso di osservare le cose. È uno che guarda passare i treni, senza mai arrischiarsi nel viaggio.
Per campare fa un po’ di tutto. Viene reclutato nell’esercito, vende Tamales – focaccine messicane cotte a vapore e avvolte in cartocci di granoturco o foglie di banana – diventa professore universitario.
Intanto scrive, a mano.
Tra le altre cose, scrive la storia di Ignatius, un uomo grasso e tardo che non sa di essere grasso e tardo. Un romanzo che fa piangere. Dalle risate.
Lo manda ad un editore che – si, bello, bravo, interessante – si congratula con lui.
Ma non lo pubblica, perché, dice, non racconta niente.
A saperlo raccontare così, il niente, verrebbe voglia di accontentarsi.
In ogni caso lui, John, deve rimanerci un po’ male, perché poi entra in macchina, chiude i finestrini e si suicida con i gas di scarico.

E qui la fine della storia si trasforma in un nuovo inizio.
L’ossessiva signora Kennedy Toole, mentre rassetta la stanza del figlio, trova il manoscritto e, credo assillandolo come solo lei sa, costringe un editore a leggerlo.
L’editore sfoglia quello che “si rivelò un ammasso di fogli unti e illeggibili” e, chiaramente, capisce di avere tra le mani un capolavoro.

In Italia è pubblicato dalla Marcos y Marcos col titolo “Una banda di idioti”.

“Sto scrivendo una lunga accusa contro il nostro secolo. A volte, quando il cervello comincia a fondersi per il troppo lavoro intellettuale, mi metto a fare la crema di formaggio.”