There was a time.


C’è stato un attore, un grande attore, vissuto nello stesso periodo di un feroce dittatore. Con lui condivideva il periodo storico, ma anche dei baffetti strani. Avevano anche la stessa età: nati nello stesso anno, nello stesso mese, a soli 4 giorni di distanza.

Solo che uno agitava le masse con barbarica follia – che di lì a poco sarebbe sfociata in uno dei periodi più atroci dell’umanità – l’altro indossava una bombetta, roteava un bastone da passeggio, camminava con i piedi piatti e faceva film. Comici, per giunta.

Ebbene, quel piccolo omino buffo, con i suoi film, sfidò il grande dittatore, e lo fece con l’unica arma a sua disposizione: il sorriso. Lo fece attraverso una pellicola satirica che, a scanso di equivoci, chiamò proprio The Great Dictator, il grande dittatore.

Non servì ad arginare il buio che sarebbe venuto, ma servì a scuotere gli animi, a diffondere consapevolezza.

Se dall’altra parte dell’oceano c’era qualcuno che faceva piangere il mondo, lì c’era anche qualcuno di molto simile che lo faceva commuovere – che, a ben vedere, è molto diverso.

E poi lo faceva sorridere. E infine pensare.

Questo per dire che il sorriso può essere un’arma, una difesa, un appoggio, un’esplosione, un sollievo, una gioia, un lasciarsi andare, un fluire lontano e tornare indietro. Più consapevoli.

“Un giorno senza sorriso è un giorno perso”. Facile a dirsi, però ha un suo perché. E comunque l’ha detto l’uomo coi baffetti, quello simpatico.

Si chiamava Charlie Chaplin.